Storia senza fine di una persistente e ingiusta diseguaglianza per una mancata redistribuzione di ricchezze e opportunità
Storia senza fine di una persistente e ingiusta diseguaglianza per una mancata redistribuzione di ricchezze e opportunità

Ci siamo: come ogni #8MARZO che si rispetti si pubblicano e commentano come pioggia di stelle in pieno giorno…rapporti, dati e analisi sullo stato dell’occupazione femminile o, meglio, sulla persistente mancata occupazione delle donne.
La foto è perfettamente sovrapponibile a quella dello scorso anno e così via: abbiamo percentuali ancora alte di Donne che non lavorano o addirittura che non cercano più il lavoro, perché molto spesso non è nemmeno dignitoso o peggio si tratta di ”lavoro sommerso”, precario.
“La maggior parte delle disoccupate è di lunga durata, 600 mila inattive non cercano lavoro perché scoraggiate. Sul totale delle disoccupate, quelle in cerca di lavoro da un anno o più, le cosiddette “disoccupate di lunga durata”, rappresentano la maggioranza, ovvero il 54,3% (percentuale che raggiunge il 65,0% nel Mezzogiorno, con picchi del 70% tra le madri sole (fonte CNEL-Istat).
Sappiamo che serve un cambio di passo, ma evidentemente non c’è ancora chi è pronto a farlo in maniera significativa, tale da invertire la rotta segnata da un sistema che esclude ancora le Donne in maniera massiccia: i dati empirici indicano il persistere della penalizzazione delle donne nel mercato del lavoro remunerato.
E’ arrivato il momento di mettere l’accento su un tema fondamentale che è l’organizzazione sociale ed economica che sta alla base del Lavoro, inteso però come diritto costituzionale che garantisce la partecipazione di tutte e tutti alla produzione di benessere ricchezza, da redistribuire equamente, sconfiggendo le disuguaglianze in atto.
Promuovere il lavoro delle donne non significa accettare la mera annessione delle donne a un mondo del lavoro costruito intorno al soggetto maschile né rimuovere il carattere plurale che si nasconde dietro all'universo femminile.
Grazie a quella che si può definire una rivoluzione necessaria e ineludibile per il riconoscimento dei diritti delle Donne, oggi possiamo rivendicare l’evoluzione di diritti per il benessere circolare di tutt*.
Vale la pena allora metter in discussione l’approccio al problema e ragionare in termini di organizzazione del lavoro e dei criteri di valutazione della prestazione: è fondamentale riflettere e proporre una nuova prospettiva, finalmente attenta ai bisogni della società contemporanea, alla redistribuzione del lavoro di cura e alle differenze che attraversano lo stesso mondo delle donne.
Per questo l’impegno si indirizza a quello che potremmo definire Livello Essenziale Minimo di Parità (LEMP), livelli minimi valutabili e sottoposti a un monitoraggio costante, per misurare quanto ciascun organismo, istituzione, associazione, sa fare suo un linguaggio e an comunicazione inclusiva oltre che adotti accordi sindacali e contratti veramente conciliativa delle esigenze di vita dei lavoratori e lavoratrici, che invece ancora manca.
La cassetta degli attrezzi c’è. Abbiamo Direttive Europee Leggi Nazionali, Leggi Regionali, documenti strategici, certificazioni di genere per le imprese, rete Cav contro la violenza: chi si tira fuori è fuori contesto.
Se cresce la domanda di un livello essenziale e minimo di parità vuol dire che abbiamo fatto delle scelte nell’unica direzione possibile, oggi, quella di andare avanti e non tornare indietro come invece sembra quando chiude un consultorio, o si rende difficile ogni libera scelta sessuale e riproduttiva.
Ci sono segnali piccole realtà nei territori e grandi progetti a livello regionale che meritano fiducia e impegno da parte di ognun* di noi.
Lella Ruccia
Pubblicato il 08 marzo 2025